“Da soli, assolutamente soli, abbiamo visto il sole sorgere da dietro la torre centrale di Angkor Wat”, scriveva Tiziano Terzani nel 1993 (Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia, ed. Longanesi). Venticinque anni dopo, nello stesso luogo, noi quattro – ingegnere, grafomane, Montone e Ponie, ancora con noi per qualche giorno – vediamo sorgere il sole sullo schermo degli smartphone di tutti quelli che ci hanno preceduto in loco. Tra noi e la pozza d’acqua che riflette la sagoma del tempio illuminata dai primi raggi c’è un’orda di gente ancora gonfia di sonno, che sgomitando si è guadagnata un posto in prima fila e ora lo difende brandendo il selfie stick. “One more song, one more song“, ci viene da intonare, poi ci ricordiamo che non siamo a un concerto e non abbiamo una band da richiamare sul palco. Peccato, sarebbe più divertente.
Alle 7 del mattino, archiviato il rito dell’alba – l’esperienza meno toccante degli ultimi tre mesi – di Angkor ne abbiamo già abbastanza. Teniamo duro perché siamo all’apice del nostro viaggio cambogiano, nel luogo magico tanto decantato, così a lungo atteso e assaporato, tra i templi mangiati dalla giungla e per secoli dimenticati, poi riscoperti per caso da un francese che passava di là. Non fosse per i cinesi che si scattano foto davanti a ogni pietra, per la distesa di tuk tuk parcheggiati, per i venditori di merci tutte uguali, sarebbe molto bello. E forse è meglio così di quando, 30 anni fa, tra un tempio e l’altro si rischiava ancora di pestare una mina antiuomo o di imbattersi in un guerrigliero incazzato.
Né la ressa diminuisce quando rientriamo a Siem Reap, la cittadina alle porte del sito archeologico che accoglie tutti i turisti, e anche qualcuno di più. In realtà la prendiamo con filosofia, perché sapevamo cosa avremmo trovato e non ci illudevamo certo di incontrare qui la Cambogia autentica. No, a Siem Reap c’è tutto il bene e il male del turismo di massa: hotel per tutte le tasche – il nostro economico, con la piscina e le blatte -, ristoranti aperti fino a tardi, birra a mezzo dollaro, un mercato gigante dove contrattare su qualsiasi cosa, bancarelle dove assaggiare tarantole, scorpioni e serpenti, luminarie stile Las Vegas (ma un filo meno trash), mendicanti a ogni angolo, tuk tuk sempre a disposizione, spring rolls, banane grigliate e mango in quantità per tenere a bada le recenti dipendenze alimentari.
Al terzo giorno non se ne può più, la misura è colma e il bus che ci porterà via viene accolto con un filo di sollievo, anche se è triste salutare Ponie dopo così pochi giorni. Mentre lei si dirige a Phnom Penh per tornare in Italia, noi andiamo verso Bangkok e la nostra ultima notte asiatica prima di volare a Sydney.
Così finisce la prima parte del nostro viaggio bellissimo, qui si chiude il suo lungo capitolo iniziale. L’Asia: ci apprestiamo a lasciarla come se fosse un fidanzatino del mare. Con nostalgia prima ancora di andare, ma felici di aver vissuto quello che abbiamo vissuto, senza rimpianti, e consapevoli che non potrebbe durare, che è tutto perfetto solo perché ha una data di scadenza. Sfiorati dall’idea che forse, con un po’ d’impegno, potrebbe essere per sempre, ma già predisposti, in fondo al cuore, a innamorarci di nuovo.





