Siamo agli sgoccioli. Quando arriviamo a Cartagena, dopo l’ultimo, estenuante viaggio in bus – sette ore di cui quattro su uno scassone dai sedili sfondati e senza aria condizionata – siamo sfiniti e consapevoli che il lungo viaggio verso casa è già cominciato. La città la vediamo di corsa. Le case colorate, le buganvillee, i palazzi diroccati trasformati in locali alla moda, le boutique che vengono abiti chiassosi ma elegantissimi e costosi. Ogni antro nasconde un giardino, ogni finestra si apre su un salotto invitante. A tratti ci scambiamo uno sguardo stranito e ci ripetiamo la stessa frase: “Oddio, torniamo a casa”. Cartagena è bellissima, andarsene è un delitto. Ancora una notte a Panama, ci consoliamo. Ma è solo una notte contro 180 dietro alla spalle, e il cuore ci si fa piccolo in petto, strizzato come un limone. O forse è lo stomaco, nel qual caso sarà senz’altro colpa di tutte le banane fritte che continuiamo a mangiare.
Panama, dunque. Potrebbe essere la ciliegina sulla torta, ma la città è brutta e inutile, senz’anima come i grattacieli che gridano “vorrei essere Dubai ma non posso”, o le strade semi-deserte del centro, dove i vecchi edifici coloniali sono catafalchi sventrati in via di ristrutturazione, dove non vive nessuno, dove persino gli ambulanti sono pochi e tristi come le cianfrusaglie che vendono. Meno male che il volo è a mezzogiorno, ci diciamo.
Ma il volo è in ritardo di sette ore e il rientro diventa un’odissea che in confronto i viaggi sui bus colombiani erano un lusso. Siamo così scocciati dal contrattempo che ci perdiamo gran parte della poesia di questo ritorno a casa, dimenticandoci di crogiolarci nella malinconia della festa che finisce, di sentirci Ulisse alla volta di Itaca. Vorremmo tirare le somme, ma l’unica cosa che tiriamo sono i santi giù dal Paradiso, ché a imbarcarci su un transatlantico forse facevamo più in fretta. Le somme, lo giuro, le tiriamo domani.






