Anche se Amsterdam ci attira e ci trattiene con la forza di una calamita, più volte siamo riusciti a vincere il suo elettromagnetismo per esplorare il resto dei Paesi Bassi. Durante i nostri ripetuti soggiorni canini (vedi post precedente e box), abbiamo fatto gite in giornata nelle belle Utrecht e Alkmaar, siamo andati in bus (con i cani) fino alle piccole e pittoresche Edam, Volendam e Marken, abbiamo visitato la moderna Rotterdam e siamo passati più volte a trovare gli amici di Den Hague, di cui ora conosciamo le spiagge, i mercati e i gabbiani, voraci ladri di haring, l’aringa cruda con cipolla e sottaceti venduta nei chioschi. A Maastricht ci siamo fermati una notte, sufficiente per apprezzarne il fascino e la moltitudine di chiese riconvertite in locali, librerie e caffè. Ma è alle isole Frisone, nostra ultima scoperta, che dedichiamo questo post.
Le Frisone, Waddeneilanden in olandese, sono un arcipelago del Mare del Nord, un gruppo di isole e isolette che, senza staccarsi troppo dalla costa, segue il profilo di Paesi Bassi, Germania e Danimarca. Quelle olandesi sono cinque, se si contano solo le principali e abitate; poi ci sono le altre, alcune delle quali talmente piccole da sparire con l’alta marea. Raggiungerle non è difficile: da Den Helder, per esempio, un paio d’ore a nord di Amsterdam, il traghetto per Texel parte ogni ora e non impiega più di venti minuti; a Terschelling, invece, si arriva diretti da un’altra città costiera, Harlingen. Più complicato è muoversi da un’isola all’altra, perché i collegamenti non sono frequentissimi e su alcune isole, tipo Vlieland, auto, moto e camper non possono circolare. L’altro dettaglio da tenere presente è che, tolti i campeggi, le strutture ricettive non abbondano e sono piuttosto care, quindi meglio prenotare con largo anticipo.
Bla bla bla organizzativi a parte, torniamo a noi e ai nostri due giorni a Texel, che esploriamo in bicicletta, sfrecciando o arrancando – a seconda di come tira il vento – lungo le infinite piste ciclabili che l’attraversano. È una meraviglia. Fuori dai centri abitati, il paesaggio è dolce, i pendii lievi, le strade silenziose. A perdita d’occhio, campi coltivati e pascoli, fattorie e schapenboeten, i tipici ovili dell’isola che, per resistere al vento forte, vengono costruiti come case tagliate a metà. Verso il mare, dune ammantate d’erica lasciano il posto ad altre dune, nude e sabbiose, che a loro volta cedono il passo a spiagge infinite dove la gente si disperde. E di gente ce n’è, sì, più di quanta ci aspettassimo: fuori da Den Hoorn, il villaggetto dove dormiamo – un po’ di case, un supermercato, un noleggio bici e qualche brasserie dove farsi spennare – le altre cittadine sono vacanziere e popolate: finché è giorno, Den Burg, il capoluogo, sciama di turisti che entrano ed escono dai negozi di souvenir e manufatti di lana, la costiera De Koog è un’infilata di locali e ristoranti e negozi che vendono articoli da mare. Ma non eravamo nei Paesi Bassi, quello laggiù non è il Mare del Nord? Ce lo figuravamo grosso e arruffato, e invece lui se ne sta lì a blandire i bagnanti. E va bene così, va bene lo stesso. Texel ci seduce con la sua semplicità, con il suo nulla da fare se non godersi la pace. A sera abbiamo le gambe a pezzi, la pelle che tira per il sole e il cuore pieno. Ne lasciamo qui un grammo, di questo nostro cuore, lo lasciamo qui con la promessa di tornare a prenderlo, prima o poi. Sempre che nel frattempo il vento non se lo sia portato via.
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