Perché Taiwan, e perché adesso? A chi ce lo chiede, rispondiamo di volerci andare prima che sia troppo tardi, prima che la Cina l’invada e se l’annetta. Ci scherziamo su, ma in realtà c’è poco da ridere: a fine dicembre 2025, pochi giorni prima della nostra partenza, le esercitazioni militari attorno all’isola sono un chiaro segnale, per nulla rassicurante. E anche se la percezione del pericolo, una volta lì, è pari a zero, siamo consapevoli che la libertà dell’isola è appesa a un filo.
Geopolitica a parte, le ragioni per visitare l’antica Formosa, che i portoghesi battezzarono così per la sua bellezza, sono molte, dalle città, fitto reticolo di modernità e tradizione, alle montagne ammantate di piantagioni di tè, passando per coste frastagliate e magnifiche, night market brulicanti e templi fumosi d’incenso. La gente, poi – la gente sorride molto, chiacchiera spesso o almeno ci prova, e quando anche Google Translate non ce la fa, vuol dire che è il momento di preparare un tè.
E poi, beh, il cibo. Tanto, variegato, fantasioso, così diverso dal nostro che anche quando non hai più fame, vai avanti a mangiare per curiosità scientifica. Ci sono luoghi di cui ricordi i colori, le ombre e le luci; ce ne sono altri che associ ai frastuoni, alle musiche o ai silenzi, altri ancora che rivivono attraverso gli odori. Taiwan, invece, è il regno del gusto: un banchetto che si assapora, si assaggia, si affronta a morsi e masticate, a volte si digerisce, altre no. Pancake con i cipollotti e tortine ripiene d’ananas, ravioli fritti a colazione e ravioli ripieni di brodo a cena, zuppe fumanti di noodle ingovernabili e frittate di ostriche brutte come il peccato. E ancora tofu marinato, tofu fritto, tofu molle e tofu puzzolente, tentacoli di polpo e calamari impalati come lecca-lecca giganti, crocchette di patate dolci, dolcetti gommosi, gelatine dalla consistenza aliena, verdure multiformi, alghe saporite e strani frutti, guave croccanti e custard apple da raschiare col cucchiaio, spiedi aborigeni, riso nel bambù, vino di miglio e poi tè, molto tè, dal bubble tea dolcerrimo e gommoso di tapioca, ai fiumi di oolong profumato, preparato rigorosamente con infusioni brevi e ripetute, secondo la tecnica cinese del gong fu cha…
Altro che invasione cinese. Anche quando i jet decollano dalla base militare di Taitung e ti sfrecciano sopra la testa, il vero rischio – almeno per noi turisti – è esplodere per un boccone di troppo, e finire faccia a terra in un night market, annegati in un rivolo di soia. Noi ci salviamo solo perché a un certo punto ci cresce un secondo stomaco. Solo così possiamo andare avanti con la nostra esplorazione. Perché insomma, al netto del cibo, a Taiwan c’è anche tanto da vedere, città da girare, templi da visitare, natura da conquistare. Le città principali sono facili da individuare sulla mappa: sono quelle con il nome che comincia per “Tai”, a cui si aggiunge un suffisso che indica il punto cardinale: Taipei a nord, Taitung a est, Tainan a sud e via così. Noi iniziamo dalla piccola Tamsui, sopra Taipei: piove, siamo devastati dal viaggio infinito con tanto di scalo e passeggiata all’alba in una Shanghai deserta, è un lunedì d’inverno e la movida serale non è esattamente travolgente, ma un inizio soft è quello che ci vuole, perché in realtà l’unica cosa che desideriamo è dormire dieci ore di fila.
Ci riprendiamo in fretta. A Hualien affrontiamo spavaldi il night market, anche se il primo incontro con lo stinky tofu è devastante (la puzza si sente nel raggio di 5 metri ed è un misto poco invitante di piedi e putrefazione che in confronto il gorgonzola sa di fiori), poi esploriamo la scena musicale notturna, che consiste in un ventenne che canta Michael Bublé per noi, unici avventori del locale. A Taitung andiamo a caccia di artisti al Railway Art Village (ma la vera opera d’arte sono i ravioli fritti nell’olio del motore con cui facciamo colazione), a Kaohsiung ci fermiamo solo per visitare il pavillon della Tigre e del Dragone – una trashata quasi disneyana, bellissima. A Tainan ci impegniamo a battere a tappeto tutti i templi: ci accodiamo ai fedeli in visita, impariamo i rituali dell’incenso e dei blocchi di carta da bruciare, scegliamo le nostre divinità preferite, poi ci distraiamo e finiamo a perderci tra le vie del centro, affollate di gente e di bancarelle in questo sabato pomeriggio d’inverno che di invernale ha ben poco. Ad Anping, il quartiere di Tainan dove una volta arrivava il mare, passiamo un’ora in quello che nell’800 fu il magazzino di una compagnia mercantile britannica, a fantasticare su come fosse la vita da expat duecento anni fa, e ad ammirare il meraviglioso, mostruoso albero di baniano che, in giardino, si è impossessato di tutto lo spazio a disposizione, infilandosi nei muri in un improbabile intreccio di rami e mattoni.
Finiamo con Taipei, vasta, immensa e brulicante, eppure così vivibile, un susseguirsi di ampi viali e piccole strade decadenti, di grattacieli scintillanti ed edifici stanchi che sembrano stare in piedi per miracolo. La giriamo in lungo e in largo, passiamo dai monumenti solenni ai quartieri degli artisti, ci muoviamo sottoterra con la metropolitana e poi saliamo su, a goderci il panorama dall’alto, dalle colline di Maokong, che si conquistano in funivia, e poi dal Taipei101, dalla cui cima si gode una vista ben diversa, ma altrettanto spettacolare. Ci piace, Taipei. Speriamo di ritrovarla in futuro, ancora libera e taiwanese.

































