Chi definisce Phnom Penh piccola e tranquilla deve avere le idee un po’ confuse su entrambi i concetti. Per carità, i suoi livelli di traffico e rumore sono infinitesimali a confronti di quelli delle città vietnamite, ma siamo pur sempre in Asia. E se un bambino piange “solo” tre ore per notte invece che sei non significa che non sia un rompiballe. Ecco, la capitale cambogiana è un bambino moderatamente rompiballe. I motorini intasano le strade ma rispettano i sensi unici, i colpi di clacson sono sporadici, solo la polvere si solleva fastidiosa a far lacrimare gli occhi e venire la tosse.
Le nostre aspettative sono basse, ma Phnom Penh ci stupisce. Le vie attorno al nostro ostello pullulano di localini carini per turisti e postacci khmer dove mangiare con due soldi e tanta soddisfazione. Gli stradoni del centro, attorno al monumento dell’indipendenza, sono ariosi, quasi europei (non fosse per gli ambulanti che mercanteggiano cose che da noi nemmeno esistono), il lungo Mekong piacevole da passeggiare. Vivere qui, ci diciamo, non deve essere poi così male.
Ma se Ho Chi Min City ci aveva schiaffeggiato con le vestigia della guerra in Vietnam, con la memoria ancora viva del genocidio di 40 anni fa Phnom Penh ci prende a calci in pancia, e il dolore che provoca è di una violenza inaudita.
Tra il 1975 e il 1979 Pol Pot e i khmer rossi presero il potere. Inseguendo il sogno folle di una società egualitaria basata sull’agricoltura, svuotarono le città, proibirono l’istruzione, sterminarono un terzo della popolazione e ridussero il resto alla fame e alla miseria. Se ne seppe poco allora (la Cambogia si chiuse a riccio, i giornalisti stranieri furono tenuti alla larga) e anche oggi, ammettiamolo, non è che dalle nostre parti se ne sappia granché. Arrivare a Phnom Penh e visitare Choeung Ek, ex campo di concentramento dove furono massacrate 20mila persone in tre anni, oggi maggiore memoriale del genocidio del Paese, e la prigione S21, dove gli innocenti venivano torturati in maniera orrenda, è forte, fortissimo, ma venire qui senza farlo non avrebbe senso. Se ne esce scossi, tristi per la cattiveria insita nel genere umano. Consapevoli che negli anni Ottanta, quando noi guardavamo Bim Bum Bam, i nostri coetanei – quei pochi rimasti – crescevano orfani in una nazione di spettri che arrancava per ricominciare.
Phnom Penh è anche luogo di addii e ricongiungimenti. È qui che salutiamo Milagros Heineken, il nostro fido destriero a due ruote, dopo 46 giorni e 5.200 chilometri di meccanici, fango e buche. La vendiamo a un australiano per un pugno di dollari e ce ne andiamo senza voltarci, con un po’ di tristezza nel cuore. Ed è sempre qui che ci raggiunge Ponie, l’Amica della grafomane, che per una settimana verrà in giro con noi e contribuirà a stordire l’ingegnere di parole. E appunto chiudo qui, ché devo ricominciare a parlare, blabla, blabla, bla bla bla. Bla, ciao.





