Un po’ Cina, un po’ no. Grattacieli, ma non solo. Ipertecnologia, poi però le impalcature sono ancora, dappertutto, quelle di bambù che prendono fuoco come fiammiferi. Nei tre giorni che abbiamo a disposizione per esplorare Hong Kong e tentare di capirla, la città ci si presenta così: tutto e il contrario di tutto, un luna park di contraddizioni, un balletto continuo di opportunità offerte sul piatto d’argento e libertà negate, di mele che si è invitati a mordere e mele che se le mordi, ti becchi la multa e due mesi di prigione.
Fatto: Hong Kong è stata colonia britannica per 156 anni, poi nel 1997 è stata restituita alla Cina, di cui è diventata Regione Amministrativa Speciale.
Fatto: la Cina ha promesso un passaggio di sovranità graduale: fino al 2047, Hong Kong mantiene il suo sistema economico e giuridico separato, la sua moneta, il suo passaporto – insomma, un certo grado di autonomia.
Fatto: anche se questi sono gli accordi, la Cina ha già iniziato a erodere libertà di espressione, di stampa, di aggregazione; ha già iniziato a imporre leggi che non avrebbe potuto imporre. I cittadini di Hong Kong non l’hanno presa bene; la Cina non ha preso bene che i cittadini di Hong Kong non l’abbiano presa bene.
Pensiero che non mi tolgo dalla testa alla luce di quanto sopra: Se io fossi nata a Hong Kong, a 18 mi sarei svegliata una mattina e mi sarei ritrovata in un altro Paese senza bisogno di uscire di casa. Se fossi nata a Hong Kong, apparterrei a una generazione di mezzo, che il prima l’ha visto e se lo ricorda, e chissà come sarebbe.
Tutto questo può ovviamente essere ignorato. Nulla vieta al visitatore occasionale di restare in superficie e godersi lo spettacolo: Hong Kong è frenetica, affollata, divertente e multiforme, una metropoli futuristica di centri finanziari e centri commerciali dove i palazzi di vetro e acciaio svettano tra i templi odorosi d’incenso, le bancarelle di frutta esotica sopravvivono tra i locali alla moda e i ristoranti pettinati si alternano alle tavole calde diversamente igieniche, quelle dove l’unto dei french toast si lava via con tazze di pantyhose tea (tè nero fortissimo addolcito con latte condensato, che un tempo si filtrava con una calza di seta – da cui il nome). A voler restare in superficie, pure i condomini alveare affastellati nelle periferie si riducono a una photo opportunity, e difatti i turisti fanno la fila per farsi un selfie davanti agli ecomostri. (Grafomane, aside: trovo rivoltante la boria con cui la gente si mette in posa sotto a un palazzo fatiscente dove altra gente vive una vita di merda. A vedere quei palazzi dovremmo andarci tutti, sì, ma per prendere atto, ancora una volta, che siamo dei privilegiati caduti dalla parte buona del muretto).
(Torno alla leggerezza). A Hong Kong c’è anche un sacco di natura, e ammetto che non me l’aspettavo: ci sono le spiagge dei ricchi a Stanley e Repulse Bay, dove il trucco è guardare dalla parte giusta, verso le acque cristalline della baia, lasciandosi alle spalle la foresta di palazzi; ci sono i boschi sulla collina di Victoria Peak, dove la ressa di turisti arrivati con il Peak Tram si disperde, gli uccellini cinguettano e la vista al tramonto è magnifica; ci sono templi e monasteri circondati dal verde, parchi cittadini protetti da barriere antirumore così efficaci che la città la intravedi, ma non la senti. E poi parchi e sentieri escursionistici e villaggi da esplorare – basta un autobus e un po’ di tempo et voilà, lo scenario è tutto nuovo. Tre giorni, insomma, bastano appena per farci un’idea, per decidere che Hong Kong non è niente male – così occidentale eppure così asiatica, estranea e famigliare allo stesso tempo. Una prigione dorata dove vivere anche no, grazie. Ma a tornare, ci si fa un pensiero…
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