Il nostro viaggio in Polonia inizia all’insegna dell’impresa epica dell’ing, che a Varsavia completa il suo primo mezzo Ironman (per chi non fosse avvezzo: trattasi di un triathlon composto da 1,9 km di nuoto, 90 km di ciclismo e 21,1 km di corsa, insomma una roba leggera, e pensare che io mi sento figa quando dopo il corso di full body in palestra ci attacco anche 40 minuti di pilates). Così esploriamo la città con le dovute cautele, senza camminare troppo (se no si stanca), senza fare tardi (che deve dormire), senza mangiare schifezze (solo riso e pollo per lui, grazie) né bere birrette (io mi adeguo per solidarietà, fingendomi interessata al detox). Comunque. Tanto basta per farci un’idea della capitale polacca, della sua storia dolorosa e della tenacia dei suoi abitanti, che dopo la devastazione della Seconda Guerra Mondiale hanno ricostruito quanto raso al suolo dai tedeschi – circa tutto, soprattutto nel centro storico – con fedeltà filologica, recuperando le macerie di chiese e palazzi e rimettendo insieme i pezzi come in un grande puzzle. Il risultato è una Città Vecchia che in realtà è tutta nuova, ma frutto di un atto di umanità collettiva che un po’ mi fa scendere le lacrime. Spoiler: non sarà l’unica volta in cui questa città mi smuove, mi commuove e mi fa pensare. Fatevi un giro in quello che era il ghetto ebraico – pure quello cancellato dai tedeschi nel 1943 – magari partecipando a uno dei tanti free walking tour del quartiere, e poi ditemi se non vi viene da piangere davanti alla crudeltà cieca dell’uomo contro l’uomo, se non vi viene da gridare al pensiero che dalla storia non abbiamo imparato niente, e gli orrori di ieri ce li ritroviamo sotto gli occhi anche oggi, solo con altri attori e altri scenari. Fine della divagazione socio-politica, del tutto fuori luogo in questa sede. Tornando a frivolezza e mondanità, consigliamo una passeggiata sulle rive del Vistola, il fiume che taglia in due Varsavia, piacevolmente punteggiate di baretti, panchine e spazi pubblici assortiti. Pare di stare al mare, ed è una sensazione bella e inattesa nel cuore di una grande città. A un certo punto, lasciato il lungo fiume, si raggiunge la Biblioteca dell’Università: sul tetto c’è un bellissimo giardino che vale la pena visitare.
Da Varsavia ci spostiamo a Łódź, la città che ti apre gli occhi sull’inafferrabilità della lingua polacca. Perché prova tu ad andare da un polacco e dirgli: “Sono stato a LODZ”: quello ti guarderà come se avessi parlato in marziano. Perché, no, stolto straniero: Łódź si pronuncia WUUCH. Detto ciò, Łódź non è interessante solo dal punto di vista fonetico, ma anche per la sua architettura legata all’industria tessile (sviluppata durante la dominazione russa, nel XIX secolo) e soprattutto per i tantissimi murales che fanno della città un museo diffuso. Qui c’è una mappa con tutte le opere: https://lodzstreetart.com/map/ ma ogni tanto qualcuna non si trova perché è stata rimossa.
Wroclaw/Breslavia è un ulteriore cambio di scenario. Parentesi geografica: la Polonia ha cambiato forma, dimensione e confini una moltitudine di volte, a un certo punto (dal 1795 fino alla fine della Prima Guerra Mondiale) è sparita completamente perché se la sono spartita Austria, Russia e Prussia. È ricomparsa come entità indipendente nel 1918, su un territorio che rispetto a oggi era più spostato a est. Ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, è come slittata: ha perso territori a est (ceduti all’URSS) e ne ha guadagnati a ovest, dalla Germania. Tornando a Wroclaw, fino al 1945 si chiamava Breslau ed era tedesca. Per questo la sua architettura è un po’ boema, un po’ asburgica, un po’ prussiana, decisamente diversa da quella che si trova nelle città polacche dell’est. Noi l’abbiamo amata molto. Ha degli scorci notevoli, è disseminata di nanetti di bronzo che fanno simpatia e vi abbiamo trovato uno dei caffè più carini e accoglienti di sempre (si chiama Vinyl ed è il paradiso delle torte e delle tisane allo zenzero).
A Torun ci fermiamo una notte ma potremmo anche farne a meno. La città è graziosa e ben conservata, ma è grande come una noce e piena di scolaresche in gita, che rendono impossibile la visita alla casa natale di Copernico. Sopravviveremo ugualmente, sì, sì, anche senza calpestare il suolo dove l’astronomo mosse i primi passi su questa Terra che non sta al centro dell’Universo. Ci consoliamo con il Gingerbread Museum – dove scopriamo, con un colpo al cuore, che le decorazioni di pan di zenzero non sono edibili come abbiamo sempre pensato (altro che rivoluzione copernicana).
Ma il gran finale è Gdańsk/Danzica, la “perla del Baltico”, come la chiama chi deve per forza trovare un nome alternativo a un luogo che il nome ce l’ha già. Bella, Danzica, bellissima: colorata, affollata di turisti, cara quasi come Milano, è una città di acqua e di riflessi, di fiumi (il Motława, che attraversa il centro, e il Vistola, che qui ha il suo delta) e di mare (il Baltico), di viette acciottolate, architetture storiche (ricostruite) e nuovi quartieri già pieni di storia. Quello dei cantieri navali, anche sede della vita notturna (soprattutto studentesca), è il luogo dove nacque Solidarność, il sindacato guidato da Lech Wałęsa che ebbe un ruolo chiave nella caduta del comunismo, in Polonia e in tutto il blocco sovietico. Il centro espositivo ECS (Europejskie Centrum Solidarnosci), dedicato alla storia e all’evoluzione di Solidarność da sindacato a partito politico, è super interessante – ma non fate come noi che dopo averlo visitato siamo andati diretti all’altro museo imperdibile, quello della Seconda Guerra Mondiale: alla fine eravamo sfiniti e inneggianti all’ignoranza (ma ne è valsa la pena eh).
E siccome la cultura riempie come un pranzo di Natale, dal prossimo post, dieta: andiamo fuori città e alleggeriamo i toni con un po’ di mare, laghi e boschi (e cave di lignite e bunker di Hitler e… eh vabeh, ci ho provato).


































