È da quando ho letto The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society, romanzone di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows ambientato a Guernsey nel 1946, che ho aggiunto l’Isola del Canale tra le mete da visitare prima o poi nella vita. Non che il libro fosse un capolavoro – né lo è il film che ne hanno tratto – ma prima non sapevo neanche che esistesse, quest’isola di poco più di 60 km quadrati a mollo nella Manica, quindi mi si è accesa la curiosità. Convincere l’ing è stato ancora più semplice: per attirare la sua attenzione è bastato che scoprisse che Guernsey, al pari della vicina Jersey, non è uno stato sovrano indipendente né una parte del Regno Unito, ma una “dipendenza della Corona Britannica”. Un baliato – tecnicamente un territorio amministrato da un balivo – con un suo governo autonomo per gli affari interni, ma non per quelli esteri, che fanno invece capo a Londra. Niente valuta locale, ma targhe e domini internet distinti (gbg e .gg), passaporto britannico ma con variazioni sul tema. Un posto strano, insomma, ibrido, di quelli che piacciono all’ing, che ovviamente ha passato due settimane a chiedersi come funziona questo, e quello, e già che ci siamo come si diventa balivo?
Fatta questa lunga premessa, eccoci qua a fare i dog-sitter in una zona residenziale poco fuori da Saint Peter Port, la capitale – a due ore di traghetto da Saint-Malo e diversi anni luce da quello che ci aspettavamo.
Altro che scogliere spazzate dal vento, stradine sterrate e polverose, campi, barchette di pescatori, silenzio e cicale. Guernsey è un’isola ricca (vedi alla voce paradiso fiscale) e densamente popolata, dove le stradine strette e tortuose ci sono, sì, ma ben asfaltate e impacchettate di Suv sovradimensionati. L’ora di punta è un incubo, tanto più che perdersi tra i sensi unici è un attimo. Nemmeno in moto riusciamo a scampare la coda. La natura selvaggia da qualche parte c’è, però – basta sapere dove andarla a cercare, districandosi lontano da St Peter Port, lasciandosi alle spalle le sue vie fitte di palazzi georgiani e stile Regency, le influenze francesi, i ristoranti lungo il porto e le boutique del centro. Via, via – non siamo arrivati fin qui per questo, anche se una delle cose più belle e interessanti che abbiamo visitato è Hauteville House, la casa dove Victor Hugo visse, in esilio, dal 1855 al 1870. Un luogo straordinario, con una vista commovente sul porto – che un po’ ti chiedi: ma se casa mia avesse ‘sto affaccio, non è che pure io scriverei dei capolavori? Ma certo se continuo a divagare così non arriverò neanche alla fine del post, figurarsi ai Miserabili.
Torniamo alla natura. Ne troviamo un po’ ogni giorno, a nord, a sud, a ovest. La sbocconcelliamo verso il tramonto, quando prendiamo la moto e andiamo in esplorazione verso le spiagge – lunghissima e dolce quella di Cobo Bay, solitaria e meravigliosa Le Jaonnet, dove arrivare costa fatica, frastagliata Grandes Rocques. E ancora, la malinconica Rocquaine Bay, la scenografica Jerbourg Point e tante altre, spesso punteggiate di forti, castelli e fortificazioni militari che rimandano a un passato non sempre idilliaco (tanto per dirne una, durante la Seconda Guerra Mondiale Guernsey fu occupata dai tedeschi per cinque anni, dal 1940 fino alla liberazione). L’altro elemento ricorrente, assai curioso, che si incontra girovagando per l’isola sono le serre abbandonate: ce ne sono a decine, forse persino centinaia, imponenti, derelitte, sfondate dalla vegetazione che le ha trasformate nell’Angkor Wat dell’agricoltura. Fino agli anni 70, vi si coltivavano soprattutto pomodori – quelli di Guernsey erano famosi – ma la crisi energetica ha reso insostenibili i costi di riscaldamento, e la concorrenza dei prodotti esteri ha fatto il resto. Ciao serre, non ci servite più (ma vi lasciamo lì a marcire perché pure demolirvi è troppo dispendioso).
Chiudo con ciò che di Guernsey ci è piaciuto di più – ovvero prendere un traghetto e in 20 minuti sbarcare sulla minuscola Herm, un’altra delle isole che fanno parte dei baliato. È un isolotto dalle dimensioni ridicole, 2 km quadrati appena, che si percorre in lungo e in largo a piedi – anche perché le auto non circolano – in poche ore. Qui sì che c’è quel silenzio che manca a Saint Peter Port. Qui sì che quando scende la bruma, i paesaggi sono da romanzo gotico, e quando rispunta il sole, l’acqua del Canale si fa invitante e cristallina. Ad aver più giorni a disposizione, ci spingeremmo fino a Sark e la più distante Alderney; ma il tempo è tiranno e la strada verso casa è lunga – la spezzeremo con altre tappe francesi, alle quali dedichiamo il prossimo post. E qui, magari, ci torneremo un’altra volta.
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