Cala il sipario sull’ennesima estate trascorsa in giro per l’Europa a fare da zii a cani e gatti altrui. Ma prima di arrivare a Milano, facciamo ancora qualche tappa francese per spezzare il lungo viaggio in moto da Saint-Malo a casa. Tralascio Rennes perché arriviamo tardi, partiamo presto e vediamo solo la piazza della stazione, dove si trova il nostro hotel. L’ing ci fa anche una corsa mattutina ma quando rientra non sembra particolarmente impressionato, dunque ciao. Molto meglio Le Mans, che pur essendo famosa principalmente per la 24 Ore, la corsa automobilistica di endurance che vi si svolge dal 1923, ha anche una città vecchia ben conservata (la Città Plantageneta) e cinta di mura, con case risalenti al periodo medievale/rinascimentale e una cattedrale imponente, dedicata a San Giuliano. Poi certo, passare da Le Mans senza visitare il Museo della 24 Ore, accanto al circuito, sarebbe da idioti, dunque ci dedichiamo anche a quello, con somma soddisfazione di entrambi – perché anche se a me delle corse automobilistiche me ne frega meno di zero, il fascino storico di questa gara è innegabile, e le auto d’epoca in esposizione sono molto affascinanti.
Da Le Mans, nel tardo pomeriggio arriviamo a Bourges, nella regione Centre-Val de Loire. La città sarà capitale europea della cultura nel 2028, ma il fermento è già palpabile: l’impressione è che abbia già iniziato a farsi bella per l’occasione, e a fare le prove per intrattenere i visitatori. Ne approfittiamo volentieri. Non solo visitiamo la Cattedrale gotica di Saint-Étienne, imponente e stupenda con le sue vetrate, ma assistiamo anche a Les Nuits Lumière de Bourges, un percorso notturno che illumina di blu palazzi e monumenti, e a un concerto in piazza dei Gallowstreet, una future brass band che sciocca a morte gli anziani cittadini accomodati sulle seggette di plastica, ma a noi piace moltissimo. Ci facciamo anche un giro ai Marais, le paludi, una vasta area verde dove la gente del posto va a passeggiare e a coltivare l’orticello. Niente di imperdibile, ma forse perché la prolungata siccità estiva ha drenato il fascino del luogo.
E ora il pezzo forte: i vulcani dell’Alvernia, ovvero un’ottantina di vulcani spenti che se ne stanno lì, nel Massiccio Centrale francese. Tanto per cominciare, chi lo sapeva che in Francia ci sono i vulcani? Noi no, ed è stata una sorpresa interessante. Ma poi, che meraviglia: ad aver tempo, si potrebbero passare giorni, settimane, a camminare lungo i sentieri che vanno su e giù dai crateri, per ammirare ogni volta una vista diversa. Noi ci limitiamo a un trek semplice sul Puy Pariou e a un altro sul Puy-de-Dôme (raggiungibile anche in treno e quindi piuttosto gettonato), poi ci rifugiamo dal diluvio da un coltivatore di zafferano del posto, che ci racconta l’abc della spezia più costosa al mondo e ci manda a casa con quattro bulbi da piantare, che nonostante le speranze dell’ing non germoglieranno mai (o forse sì, chissà?). Le notti le passiamo a Orcival, un microscopico paesino dominato da una basilica sproporzionata, dove non c’è niente da vedere e niente da fare, ma era proprio quello che volevamo: un ultimo sprazzo di quiete e di nulla prima di ritornare nel mondo reale…




















